Tuesday, September 13, 2016

Il quintessente condensato



D’ogni vita estrarne il logaritmo
di questo  fare lo stesso
per dieci volte ancora
avere così sul mignolo
il quintessente condensato
come con un francobollo
i suoi dentelli la sua colla
l’inchiostro del suo timbro
la filigrana l’immagine il valore
la sua patria emettitrice
la data della stampa e della posta
in pratica di carta un capace seme
di mani in menti di fruttificare
non serve molto altro
per togliere all’oblio le grinfie
dal nostro breve transito terreno.

Marco Sclarandis

Saturday, September 10, 2016

No Cesare, dal vortice riemergeremo










Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.

Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.

Cesare Pavese 

 Marco Sclarandis

Tuesday, September 6, 2016

Potremmo fare nuova ogni cosa




Potremmo fare nuova ogni cosa
partendo dal fondo del tempo
smussando l'angolo retto
premendo cerchio in ellisse
fare d'aracnide angelo
dandogli elitre ed ali
da frammento cesellare cameo
da noi estrarre un unguento
che lenisca la malinconia
da ruggine distillare rosolio
per berlo nei giorni di nebbia
perché facciamo tutt'altro
scostando del futuro coperchio
per piangere poi di rimorso
perché perché perché lo facciamo. 

Marco Sclarandis

Dedicata ai futuri architetti*



A vedervi così tutti quanti insieme
equilibristi su due ruote mosse
da colazioni svelte e voglia di scoperte
viene alla mente il sogno del ritorno
al luogo dove i due primi avi
davano a tutto il nome senza remore
tremenda nostalgia ci prende
ma voi prodighi figlioli voi potete
prendere i ruderi le macerie
le città incompiute di ratti e rovi prede
e renderle reggie di Salomoni degne
e ancora di padri rimettere peccati
di viltà d’orgoglio di grandezza
svegliate chiunque con i vostri campanelli
miagolate come gatti innamorati
con il chiasso sfrontato dei vent’anni
che l’ottundersi nella sorda invidia
proprio non serve a niente.

* In particolare quelli del Pescara summer school 2016

Marco Sclarandis

Thursday, August 25, 2016

Sovrannaturale sussurìo cifrato







                                  

Marco Sclarandis

Scuotiti gente d'Appennino

Scuotiti gente d'Appennino
prima che lo faccia la tua terra
irrequieta imprevedibile a te simile
e proprio perciò bella
non puoi dormire beata nella tua dimora
devi sonnecchiare di felino sonno
fino a che con astuzia
non hai messo solai e mura nella gabbia
non ti ha punito la spietata faglia
avvertito solo che il castello
il bastione il campanile il portico
solo se come piramide tozza fatto
resiste alla sua saltuaria furia

altrimenti esige raffinato ingegno
pianti i sepolti e gli avviliti
riedifica la casa riapri la cucina
quel sugo da amatori maschi e femmine
deve inebriarci come prima.


Marco sclarandis

Faglie appenniniche e foglie di fico edilizie

Riporto due articoli che spero allontanino dai soliti piagnistei che accompagnano queste evitabili catastrofi.
Ed avvicinino invece le possibili soluzioni preventive.

http://www.lastampa.it/2016/08/25/italia/cronache/friabili-e-vecchie-di-un-secolo-le-case-che-cedono-al-sisma-HTAb4PJKAxJTQgsYJGZD9I/pagina.html

Friabili e vecchie di un secolo: le case che cedono al sisma
Già spesi 180 miliardi per i disastri. Per un’Italia sicura ne basterebbero 100
Di Andrea Rossi

L’Italia che crolla spesso è costruita sulla roccia. E con la roccia. Quasi tutto l’Appennino rurale corrisponde a questo spaventoso identikit. E così è per Amatrice, Accumoli, Arquata del Tronto, sventrati dal sisma dell’altra notte: edificati su affioramenti rocciosi, quando delle leggi antisismiche nessuno si occupava. 

 L’età delle costruzioni e i materiali utilizzati sono il marchio di questo pezzo d’Italia andato in frantumi. Secondo il censimento del patrimonio abitativo, realizzato dall’Istat nel 2011, il 14% degli edifici risale a prima del 1919, il 10% è antecedente la fine della seconda guerra mondiale, il 36% appartiene agli anni del boom (1946-1971), il 26% risale a dopo il 1982. Ad Accumoli no: il 60% delle 292 case è stato costruito prima del 1919. E ad Amatrice, su 1.301 fabbricati in piedi fino all’altra notte, 498 risalivano a prima della Grande Guerra e altri 156 a prima del 1945. Arquata del Tronto replica il canovaccio: il 42% di ciò che c’era (691 fabbricati) esiste da almeno un secolo.

Da queste parti il calcestruzzo armato è merce rara. L’80% delle case e degli edifici pubblici è realizzato in muratura (la media italiana è il 60%). Non sarebbe di per sé un problema se non fosse che qui muratura vuol dire calcare, oppure ciottoli, con appena un po’ di malta di calce. Il risultato? «Spesso le murature sono scarsamente collegate tra loro», spiega Andrea Manzone, ingegnere strutturalista. «La facciata è poco “legata” ai muri perimetrali e la struttura si comporta poco come una scatola: l’effetto è che le pareti si allontanano facendo cadere i solai e provocando il crollo completo dell’edificio».

 «Tutto l’Appennino rurale è fatto così, da questo punto di vista il terremoto di ieri non ci rivela niente di nuovo», spiega Gian Michele Calvi, uno dei massimi esperti italiani in fatto di terremoti, docente all’Università di Pavia. L’Appennino è il cuore dell’Italia che trema: in media una catastrofe ogni cinque anni. Sulla direttrice Rieti-Ascoli c’è però qualcosa di più. Una storia che parla: non c’è Comune, in questa terra tra il Gran Sasso e i monti Sibillini che negli ultimi mille anni non abbia vissuto intensità macrosismiche inferiori al decimo grado della scala Mercalli, vale a dire scossa «completamente distruttiva», un gradino sotto «catastrofica» e «apocalittica».


Conviviamo con un patrimonio edilizio vecchio ma soprattutto maltenuto. Nel 2012 la Camera ha istituito una commissione d’indagine sulla sicurezza sismica. Della relazione finale non c’è traccia, ma nel corso delle audizioni sono emersi particolari preoccupanti: ad esempio 6 milioni di edifici su 27, in Italia, sono in cattivo stato di conservazione. In parte sono i più vecchi, ma una fetta consistente coinvolge il boom del dopoguerra, quando si passò da 35 a 80 milioni di vani abitativi. Un edificio su quattro risalente a quell’epoca è ammalorato, tanto che alcuni anni fa Aldo Loris Rossi, professore di Progettazione architettonica all’Università di Napoli, ha lanciato una proposta drastica: «Rottamare la spazzatura edilizia post-bellica, 40 milioni di vani, costruiti tra il 1945 e il 1975, senza qualità, interesse storico ed efficienza antisismica. Molti interventi sono stati eseguiti malamente, o hanno caricato strutture già esistenti. Questa crescita è avvenuta in maniera impropria, per questo dico che ogni fabbricato dovrebbe avere una carte d’identità». «È una battaglia che portiamo avanti da anni», racconta Bernardino Chiaia, ordinario di Scienza delle costruzioni al Politecnico di Torino. «Gli edifici andrebbero sottoposti a verifica sismica, peccato che la proposta abbia trovato i principali oppositori nelle associazioni dei proprietari di immobili. Temevano fosse una nuova tassa sulla casa».

 Così, senza verifiche né censimenti, il patrimonio è andato in malora. E, insieme con le case del 1900, ad Accumoli è andata giù la caserma dei carabinieri e ad Amatrice l’ospedale è inagibile. Entrambi sono ben più recenti. «Purtroppo in queste zone nessuno investe perché si stanno spopolando», dice il professor Calvi. «Dunque non è sorprendente che crollino le case. La cosa che fa scalpore sono gli ospedali, le caserme».

 Dopo il terremoto del Molise, nel 2002, che si portò via 27 bambini e una maestra, si decise che era troppo: la Protezione civile avviò la mappatura degli edifici strategici (ospedali, caserme, municipi) a rischio sismico. La ricognizione è sostanzialmente terminata, ma non si è andati oltre: servirebbero 10-15 miliardi, circa il 10% del totale stimato per la messa in sicurezza di tutto il patrimonio (pubblico e privato) a rischio sismico. E ce ne vorrebbe un’altra decina per mettere in sicurezza 24 mila scuole.

 «È una questione di scelte», dice Calvi. «Spendere tre miliardi l’anno per i danni post sisma o investire la stessa cifra per la prevenzione?». Secondo l’Ance, l’associazione dei costruttori, dal 1968 a oggi sono stati spesi 180 miliardi (attualizzati) per i disastri causati dai terremoti. Ricostruire un chilometro quadrato costa tra 60 e 200 milioni. Con 100 miliardi si sarebbe rimessa in sesto tutta l’Italia.
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A completamento.................

http://www.lastampa.it/2016/08/25/italia/cronache/dallantica-roma-la-maledizione-della-faglia-appenninica-3B9y1EUg1OQJ66UE0c3WJK/pagina.html

Dall’Antica Roma la maledizione della faglia appenninica

Agisce fra l’Umbria e la valle del Tevere fino a 20 km di profondità. Il tipico terremoto italiano: magnitudo media e danni enormi


Di Mario Tozzi

Le lance di Marte erano infisse nel suolo e addossate alla parete settentrionale della Regia, nel Foro Romano. Quando vibravano qualcosa di terribile era accaduto: nel 44 a.C. l’assassinio di Cesare, tutte le altre volte un terremoto da Nord, dalla regione compresa fra alto Lazio, Umbria e Marche, la stessa che continua sistematicamente a tremare da millenni. Non era un mistero e non è colpa della Terra: le catastrofi naturali non esistono, esistono solo la nostra ignoranza, l’assenza di memoria, il malaffare e la scarsa propensione alla prevenzione. Tutto il resto (ritardo nei soccorsi, fatalità, destino e dei), sa di scusa e l’abbiamo sentita talmente tante volte da provocare un senso di nausea, soprattutto nel momento in cui molte persone lottano per sopravvivere sotto le macerie. Proprio questo, però, è il momento per riflettere e per capire.

 C’è una responsabile del terremoto di Accumoli, una responsabile che agisce insieme con altre sue simili in un’area molto vasta che va dal confine Umbria, Marche e Lazio fino alla valle del Tevere. È una faglia (come per tutti i terremoti), ma particolare (come tutte le faglie), frammentata in tanti segmenti allineati, ma non continui, che percorre il sottosuolo dell’Appennino centro-settentrionale fino a oltre 20 km di profondità. Un sistema di faglie che non accumulano energia in silenzio per poi scaricarla in «botte» tremende, ma rare. Al contrario, si carica di energia elastica come una molla e poi si libera con frequenza impressionante e, a livello geologico, quasi costante. Nel 1328 il terremoto durò tre mesi, nel gennaio del 1703 la grande scossa fu preceduta da numerose altre premonitrici (che qualcuno potrebbe oggi interpretare come coppie sismiche), nel 1831 il terremoto di Foligno durò oltre quattro mesi. La sequenza sismica della Val Nerina (1979) aveva raggiunto il IX grado della scala Mercalli, intensità raggiunta e superata più volte nella regione attorno, ad esempio nel 1997 con la coppia sismica di Colfiorito, paragonabile per energia liberata.

Cicerone (nel 63 a.C.) ne parla nelle «Catilinarie», Tacito (51 d.C.) ricorda che nelle zona «le case crollano per i frequenti terremoti»: nessuna anomalia, solo il normale «lavoro» del nostro pianeta che qui si era reso manifesto più che altrove. Anzi, questo è il tipico terremoto italiano: magnitudo media in contesti collinari rurali scarsamente popolati, con edifici costruiti spesso male, con materiali di risulta, senza progettazione antisismica moderna, le cui conseguenze sono danni devastanti. A questo seguiranno inevitabilmente la fase delle tendopoli, poi quella dei container (e per favore, evitateci la vergogna delle new town) e lustri per la ricostruzione. E, alla fine, la marginalizzazione di un territorio già lontano da tutto, pur essendo il centro geografico della penisola. 

 Siamo in una regione della crosta terrestre che, dopo aver visto il sollevamento di una catena montuosa (l’Appennino) dalle profondità marine a causa della spinta reciproca dei blocchi africano ed europeo, ora attraversa un periodo di tensioni, piuttosto che di compressioni. Qui la crosta non viene portata a piegarsi e ad accartocciarsi su se stessa, come quando si forma una montagna, anzi: viene «stirata», estesa fino alla formazione di spaccature profonde, le faglie. 

 L’Appennino si è innalzato fino a oltre 3000 metri, ma ora sta ricominciando lentamente a scendere di quota, assestandosi a livelli più bassi: grandi faglie distensive permettono questo aggiustamento, spostando di volta in volta intere «fette» della catena. Insieme ad aree in abbassamento ce ne sono molte in sollevamento e proprio da queste disomogeneità si creano quegli «strappi» (le faglie) che danno luogo ai terremoti. Non è un fenomeno solo di queste parti, è di tutto l’Appennino, di una nazione che è di montagna e ad alto rischio naturale come il Giappone, che però si illude di essere piatta e tranquilla come la Siberia: l’Irpinia (1980) e L’Aquila (2009), come Avezzano (1915) e Reggio Calabria (1908), fanno parte della stessa storia geologica. 

 Questo terremoto è decine di volte meno energetico di quello dell’Aquila, eppure i danni sembrano maggiori (forse non le vittime: molto più scarsa è la densità di popolazione). Perché? Non dipende solo dalla geologia del sottosuolo, che può aver amplificato localmente le onde sismiche, ma soprattutto da come si è costruito e da quanto si è dimenticato. Non è mai il terremoto che uccide, ma solo la casa costruita male. La regione è sismica da sempre, ma le progettazioni del patrimonio costruito sono, nel migliore dei casi, non più efficaci. Ci vorrebbe un adeguamento antisismico e soprattutto ci vorrebbero controlli continui almeno agli edifici pubblici, che debbono continuare a funzionare nell’emergenza: ma qui l’ospedale di Amatrice crolla e le caserme reggono a stento. 

 Bisognerebbe spendere in prevenzione quando non ci sono terremoti: si risparmierebbero non solo vite, ma anche denari (un euro in prevenzione ne vale 8-10 in emergenza). Bisognerebbe dedicare le pubbliche risorse a questo e non a infrastrutture inutili e nuove costruzioni di cui non c’è alcun bisogno. Questo dovrebbero fare amministratori consapevoli e attenti. Questo in Italia non fa quasi nessuno. E, quando arriva il terremoto, sembra sempre che fino al giorno prima non ce ne siano stati: mai come in questo caso sappiamo che non è vero.
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Marco Sclarandis